una piccola riflessione per l'estate che ho davanti. proverò a condividerla con chi avrò la ventura di incontrare.
detto schiettamente: non ce la faccio più sono esausto. dopo un mese di esami, dopo un anno, l'ultimo da residente, di seminario ho voglia di montagna, di aria fresca, di cieli limpidi, di dormire, di ridere, di falò, di cantare, di chiudere un capitolo, di curiosare in quello dopo.
A tutti è capitato di starsene rilassati su un prato a guardare il cielo con le nuvole che si rincorrono e tutti abbiamo giocato a riconoscere le forme dei nembi in mezzo all’azzurro. Così come a tutti capita di distrarsi rapiti dai colori del tramonto. Così come è stupendo perdersi nella contemplazione del cielo stellato in montagna. Tutto questo esiste per...??? a che serve tutta questa bellezza? La bellezza è per noi. Perché possiamo alzare lo sguardo per accogliere un dono troppo grande, come è grande il compito di abramo: conta le stelle. Ma come si fa? È un regalo troppo grande. Ma così sono anche i nostri sogni. E non sappiamo come siano nati, eppure ci sono. E sono immensi. Come il cielo. Sono desideri che ci troviamo dentro. Ci fanno paura. Ci spingono. Ci danno la voglia di andare avanti. Ma sono un dono. La bellezza e la nostra capacità di sognare ci parlano di chi, di tutto questo è la fonte. Dio ha un sogno su di noi. Non ci chiede niente. Ma sogna. Desidera che ci realizziamo e, per farlo, desidera donarci tutto quel che serve: le mani, gli occhi, la testa, gli amici, i parenti, l’intelligenza, la natura... ma non solo. Ci dona una promessa. Ce la puoi fare! Guarda il cielo. Come questo sterminato numero di astri che ti sovrasta ti confonde, così la larghezza dei talenti e delle occasioni per farli fruttificare ti abbaglierà. Fidati! La sua promessa non è appoggiata sulle parole, è appoggiata sulla Croce, sul Verbo che dona tutto se stesso perché anche noi rivivessimo, liberi, meravigliati sotto un cielo splendido.
Fidati. Si fa presto a dire fidati. Ma fa paura. C’è un abisso dentro l’uomo. Ma a partire della promessa di Dio e dalla meraviglia del creato pure bisogna dare una risposta. Che rispondo a tutto questo? Come si fa a ricambiare un regalo così grande senza apparire tirchi (cioè, dio sì sì, ma con calma, il mio tempo è prezioso, non posso dedicarlo tutto a lui, mica ho la vocazione come il don, lui si sposa con Dio... io, beh, c’è quella ragazza laggiù che mi piace... eccetera...)? oppure, come si fa a rifiutare (cioè, grazie mille, okkei, vi voglio bene anche io, ma ci sono troppe cose da fare, preghiera, carità, digiuni, pellegrinaggi... non fa per me... scusate tanto)? Perché credere? Cos’è la fede? Ce lo siamo mai chiesto? Credere, non più tardi di ottant’anni fa faceva il terzetto con obbedire e combattere... carina... la fede sarebbe obbedire. Tirare giù la testa e dire di sì... piegarsi a novanta e ... (ops, la metafora porta un po’ fuori...). una volta si diceva che la fede è un dono. Aridaje con sto dono. Sì. È un dono, ma è un dono diverso da un soprammobile che lascio lì e ogni tanto lo guardo. La fede è un dono che implica una responsabilità o lo prendo in mano e lo curo o svanirà. Devo averne cura come una cosa preziosa, delicata. Ma anche una cosa da studiare, approfondire. Perché vado a messa? Cosa vuol dire risuscitare? Che cos’è la bibbia?. La fede non fa il paio con obbedire. Ma si accompagna con altre parole: fiducia, affidamento, fedeltà. Leggere la propria fede è come fermarsi a guardare il cielo e rendersi conto di essere straordinari e straordinariamente piccoli. Ed è aver fiducia, affidarsi con serenità, essere fedeli. Alla Parola che ci ama, al fratello che ci interpella. Confessare la fede significa dichiarare a che punto siamo nel cammino in risposta a quel dono immenso che Dio ci fa. A che punto sto? Questa è la fede.
Il terzo passo è uscire dal nostro ombelico. Cioè. Ammirati del creato, riconoscenti al creatore. Si parte. Dio non lascia solo una promessa. Dona lo Spirito a sostenere un cammino che parte qui e ha la meta agli estremi confini della terra. In mezzo alle nostre città (perché non crediamo che siano tutti davvero Cristiani) ri-dire Cristo nasce spontaneo per chi lo incontra. Se andiamo a vedere un bel film quando ci incontriamo con gli amici ci viene spontaneo “ming! Vai a vedere quel film, perché spacca!” figurati un po’ se davanti hai chi ha inventato gli inventori del cinematografo. Non si può rimanere indifferenti... e allora vaiii! sei ancora qui?
Ecco, sì, non prendere tutto subito sul serio. Parti con calma e ponderatezza. Cosa vuol dire “testimoniare in mezzo alle genti la salvezza che viene da Cristo??” prima di tutto non è partire con una fiaccola per andare ad incendiare le folle (anche perché così ti arrestano per strage). Né è fermarsi a noiosare tutta la tua città suonando i campanelli la domenica mattina... forse è qualcosa di più difficile: è portare Gesù nelle piccole occupazioni di ogni giorno. Vivere con semplicità la sua Parola. Leggerla. Capirla. E provare a far centrare Lui nelle scelte di tutti i giorni. Si vede se sei cristiano. Almeno, si dovrebbe vedere. Non faresti cose diverse. Ma faresti diversamente tutte le cose. E magari non meglio di altri che di Gesù se ne impippano. Ma non importa: “il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà...”. Sai, aver incontrato Gesù e avergli aperto la porta è un dono immenso. Ma anche una responsabilità. La responsabilità delle scelte. Come quando il sole è a mezzogiorno e non ci sono più ombre intorno, ed è ora di decidere... e io da che parte sto. Adesso sì... sei ancora qui? Vaiiiii!
“Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto”
A. Baricco, Novecento
Quando l’una guarda il mondo sembra un leone nella savana. Non è lei che osserva le cose intorno. Sono le cose che entrano nei suoi occhi. Di tutto lei considera l’orizzonte. Scruta. Non si accontenta mai di fermarsi alla superficie. E infatti fa fotografie. E tra i suoi soggetti preferiti i paesaggi dalle lunghe prospettive. Perdersi dietro il rincorrersi dei monti all’alba fino ad un orizzonte incandescente dove il sole nascente infiamma le nuvole viola. Ma anche i dettagli sono spesso al centro dell’immagine. Non vede le cose. Le sbrana. E ne trae la sua forza maestosa. Placidamente sta a guardarsi dentro con calma e serietà. Fa fotografie perché non sopporta che le cose passino. Non si può perdere nulla di quanto la vita ci dà. E se perde qualcosa s’angoscia. E se non sa rispondere sono i suoi occhi che si imbarazzano, mentre la sua voce si inasprisce. Fatica ad aprirsi. Perché c’è troppo dentro ed ha paura che uscirebbe con troppa violenza. Ma quando si apre è capace di tanto. Nei suoi occhi castani è scritto un domani radioso. Basterebbe crederci. Chissà se si ricorderà di aver fiducia in sé.
Quando l’altra guarda al mondo sembra un cucciolo ammirato. La curiosità nei suoi occhi di ghiaccio si trasforma in energia e allegria. Ma sbaglierebbe chi si fermasse all’apparenza quasi superficiale della sua vivacità. Perché subito che ci si accorge che l’interesse che nutre nei confronti delle cose intorno a sé è macinato, rimuginato con attenzione e costanza. Ripensa alle cose che le succedono per tanto tempo. Sulla sua candida pelle scorre un brivido. Si sente se è innamorata. E si vede. Perché è più felice, anche se non lo rivela. Studia con impegno, con costanza, ma senza inutili eccessi. Il mondo sarà la sua scuola. L’esperienza che cerca non è fatta di carta. Forse di sabbia o di pietra, di mare e di vento. Sogna un luogo in cui portare i suoi frutti. Lontano. Sarebbe lontano anche se fosse un isolato più in là di casa sua. Basta che sia un’esperienza vera. Vissuta con intensità. Vivere con intensità ogni attimo è anche il suo motto. Ha paura di bruciarsi. Sa che sbaglierà, che sarà costretta a fare scelte difficili, ma non rifiuta di provarci. I suoi piedi sono fatti per viaggiare. Al ritmo di un tamburo lontano il battito del suo cuore si accorda con il desiderio di raggiungerlo.
Non sono più sorelle. E questo è un mistero. Non troppo oscuro, per la verità. Forse è proprio il modo con cui guardano l’orizzonte che le ha separate. L’una contempla con gratitudine, l’altra cavalca al galoppo sulla linea che separa il mare dal cielo. Entrambe vogliono sentire il gusto della vita. Ma ci si avvicinano diversamente. Se ancora si parlassero come un tempo avrebbero la possibilità di aiutarsi. Ma hanno scelto di fare ognuna un po’ di fatica in più (scindere i legami costa). Per ora si frequentano, condividono qualcosa, con la simpatia di sempre si sostengono e si vogliono bene. Ma c’è qualche riserva. Legittima, forse. Eppure spiace essere testimoni di questo allontanamento lento.
Spero di sbagliarmi.
Due profili con brevi tratti, molto probabilmente ingiusti, perché si fermano a guardare con malinconia due persone che conosco appena. Ma chi può dire di conoscere bene qualcuno? È altresì vero che, pur non avendo capito magari niente, un consiglio mi va di darlo: rivolgendovi a loro...
Vogliatevi bene! Amatevi di cuore! Il resto passerà. Siete diverse, e allora? I legami che avete stretti in questo tempo rimarranno. Anche gli impegni vi separeranno. Le idee. Le strade. Ma non separate il cuore. Ognuno ha bisogno di un posto che possa chiamare casa a cui tornare quando è troppo malconcio o troppo felice per dirlo a chiunque altro.
Pace e bene
Vai già via? S’è fatto così tardi? Devi proprio andare? Ma dai, rimani ancora un po’!
Nella mia breve vita ho già sperimentato molte volte questa accoglienza totale. Non solo all’arrivo in casa di un amico o di parenti. Lì, certo, il cerimoniale è conosciuto. Non per questo meno vero, ovviamente. C’è, però, un’etichetta da rispettare. Vieni? Va bene, grazie, verrò! e poi... ciao! Prego entra! permesso? fa’ come fossi a casa tua Grazie dammi la giacca... ma cosa hai portato lì? Una sciocchezza, una bottiglia, dei cioccolatini... Non dovevi. Figurati, dai. Ma non restare lì, accomodati.
E sei dentro. Accolto con mani tese, sedie spostate per farti sedere, tavola imbandita, vino versato, rumore di piatti. Profumo di buono. Risate genuine. I ricordi, sempre gli stessi, si rincorrono sopra la tovaglia delle feste. Magari vengono tratte da un cassetto foto vecchie che fanno imbarazzare e ridere ancora.
Ma ad un certo punto si fa tardi. C’è un’ora entro la quale è meglio togliere il disturbo, per evitare che gli ospiti facciano tardi a sistemare. Generalmente è lì che capisci se davvero la forma corrisponde al sentimento autentico.
Ora dovrei andare via. Davvero devi andare? No, dai, rimani ancora un poco. Non voglio dare disturbo. Ma immaginati! Ok, ma allora aiuto a sparecchiare. Ma vah! Siediti! Rimani ancora un po’. Ho un liquorino fatto in casa da qualche parte. Non disturbarti...
Ma già la tavola disordinata ha fatto posto ad un nuovo giro e magicamente sono apparsi dei cioccolatini. E questo tuo rimanere è troppo per essere descritto. Se durante la cena non mancava niente e tutto era perfetto, ora c’è qualcosa di più. C’è un dono totale, senza cerimonie...
“Rimanete in me”. Ripetuto così tante volte da imbarazzarti se volessi rifiutare. Rimanere vuol dire slacciarsi la cravatta, allentare la cintura, mettersi comodi. Vuol dire superare ogni formalità. Vuol dire essere famiglia. Vuol dire consolidare legami. Tutto ciò che già si è mangiato ha un altro gusto. Già era ottimo, è chiaro, ma ora diventa esso stesso parte di quel legame. È relazione. È comunione.
“Rimante in me”. Durante la sua cena con i discepoli, Gesù è andato oltre le formalità. Ha proposto ai dodici una comunione con lui che andava al di là della conoscenza. Comunione che non è per tutti. Non è per chi si inserisce a metà del cammino, a scroccare il pasto. Non è per chi pensa ad altro. Per chi è sazio d’altro. Ma è un invito anche per loro... Perché scoprano quanto può esserci di più nel rimanere in questa relazione d’amore. È certamente più rischioso: a tavola, quando sei a tuo agio, tiri fuori quello che sei, quello che pensi... ma non ci si alza (magari a notte fonda) senza amarsi di più.
Chiedo a Dio di aiutarmi a vivere così l’Eucarestia. Un pasto con un amico che ogni volta che mi invita vuole che cresciamo nell’amore vicendevole. Un pasto che mi fa capire qualcosa di me. Un pasto condiviso con commensali che voglio amare ogni domenica di più. Speriamo che il Signore mi chieda di restare ancora in lui. Amen.
Signore,
siamo fragili, piccoli, meschini. Tra noi ci sono ladri, bugiardi, gretti, assassini, doppiogiochisti e franco-tiratori, arrivisti, avidi, pigri, accidiosi, iracondi, sobillatori di folle, truffatori, tagliaborse, furfanti, speculatori, disgraziati. Tra noi ci sono affamati sì, ma di potere e denaro. Assetati sì, ma di favori e congiure. Tra noi ci sono poveri, tribolati, spaventati, dubbiosi, arrabbiati, feriti, colpiti, abbassati, calunniati. Tra noi ci sono sodomiti, adulteri, miscredenti, cattivi, sacrileghi, sciacalli, irregolari, bugiardi, violentatori. Tra noi ci sono rinchiusi, picchiati, derubati, carcerati, allontanati. Tra noi ci sono malati, deboli affaticati, stanchi, disperati. Tra noi ci sono moribondi, famiglie in lutto, orfani e vedove, madri che piangono per il lutto dei figli. Tra noi ci sono lacrime, come un fiume in piena, che travolge gli argini, spazza via le cose, elimina il paesaggio, cancella i contorni. Tra noi scorrono voci singhiozzanti di tanti, troppi delusi. E troppi passi si voltano verso altre strade, in altre vie. Tra noi ci sono muti. Ammutoliti dalla paura. Sgomenti per il terrore che le cose vadano peggio. Tra noi serpeggiano disaccordi e vanità, falsità e ipocrisie. Cacofonie di sentimenti che maltrattano i nostri cuori.
E di fronte a tutto questo… Tu, dove sei?
Che senso ha la tua morte per noi?
A che cosa è servito un sacrificio umano sull’altare di Dio, se poi tutto è continuato come prima? Perfino la Tua Risurrezione sembra una favola da bambini! Dov’è tutta la luce che vanno predicando dagli amboni in questi giorni? Non stona tutta questa gioia e questo canto?
Siamo rimasti quello che siamo, Signore. E Tu non hai cambiato niente!
Ma io vaneggio.
Perché in tutta questa faccenda (il fatto che Tu sia venuto, abbia camminato per le vie di un paese che oggi è una polveriera, sia stato condannato e ucciso), tutta questa faccenda mi dice questo: Tu sei tra noi.
Non davanti a noi, come qualcosa che risolve le cose senza di noi. Come quando siamo bambini: basta piangere, e la mamma corre. No! ma neanche sei semplicemente nel nostro cuore come un dolce sentimento che nasce in noi. Non sei un’idea. Una forza che suscita in noi pensieri belli. Ma pure resti la sorgente di tutti i nostri miracoli.
Tu sei tra noi. Come uno di noi. Che vive, fatica, lavora, si interroga, cresce, impara.
Tra noi ci sono molte cose che non vanno. Ma tra noi ci sei Tu. Vivo. Reale. Concreto. Appassionato. Ti rimbocchi le maniche con noi e continui a sussurrarci nell’orecchio: “fidatevi”…
Fiducia. Tu hai avuto fiducia. Ti hanno inchiodato alla croce, per la Tua fiducia. Il Padre ti ha ascoltato.
Ascolterà pure noi?
Speriamo.
Benedicici, Signore della Vita, perché nutriamo questa speranza. Che tra noi, sì, proprio tra noi così variamente composti tra piaghe, persecuzioni, peccati e sofferenze, possa vivere sempre la certezza che Tu ci sei, sei Risorto, vivi qui e ora il nostro tempo.
Amen
Mia forza e mio canto è il Signore, Egli è stato la mia salvezza. (sal. 118)
Questa breve frase su un cartellone davanti all’altare della cappella dell’adorazione alla Città dei Ragazzi. Questa frase sta sull’alba del giorno della mia ammissione al ministero dell’accolitato. Questa frase parla di me. Anzi. Sono io che parlo in questa frase.
I verbi. È. È stato. Il presente ed il passato. L’oggi e lo ieri. Il “me” qui ed ora e la mia storia. Due dimensioni di me inseparabili, ma allo stesso tempo due centri ai quali attingo risorse.
Il presente. Fragile e veloce. È come un castello di carte costruito con pazienza. Con moltissimi tentativi andati a vuoto, con arrabbiature e fiati trattenuti. Ma non è solo questo. È anche qualcosa di più solido. Un mio dire “eccomi” al mondo. Oggi. Ecco me! Sono qui! Sono a disposizione con le mie mani, con la mia testa, con le mie orecchie, con il mio cuore. Sono disponibile a buttarmi. Ma nello stesso tempo sono consapevole della velocità con cui si deve rinnovare questo presente. Perché già è passato quest’attimo così importante (cosa ne ho fatto?). Eh sì. Il presente si trasforma subito in passato. Si nutre di passato: siamo il risultato delle nostre scelte. E nutre il passato: ogni ora è destinata ad ingrassare la nostra storia.
Il passato. È riconoscimento di ciò che ci è accaduto. È riflessione approfondita sulle cose che sono state. Non sono più (talune però continuano a risuonare) eppure occorre andare a riguardarle. E, onestamente, sentirne l’aroma per discernerne il gusto. Toccare le piaghe per rammentare l’efficacia della cura. Ho fatto quello. Ho fatto quell’altro. Come è stato bello. Come è stato difficile. Sono stato in gamba! Sono stato un pirla. Ho sbagliato. Ho peccato. Sono stato coraggioso. Mi hanno dato una mano. Mi sono stati d’intralcio. Quello bene. Quell’altro… male. Del passato si può dire il colore, ora che la pittura è asciutta. Ora che viviamo adesso, appunto, e non si può tornare indietro. E per fortuna! Perché altrimenti le cose belle che abbiamo costruito con le nostre energie o con quelle di qualcun altro, sono certo sarebbero divorate dal dubbio. Perché ciò che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto gettando fiducia in quello che via via si presentava come presente (curioso bisticcio di parole…). Come si può fare qualcosa se non fidandosi? Come costruire alcunché senza lasciarsi andare?
“Il Signore è stato la mia salvezza”. Lui che lo è stata sa quanto è vera questa affermazione. Se non ci fosse stato il Signore. Se non ci fosse il Signore. Sarei perso. Letteralmente. Starei circolando con ansie colossali per labirinti notturni che ho paura anche solo di evocare. Ma la Storia, ringraziando, non si fa con i “se”. E il Signore c’è stato. E c’è. Appunto. È Lui il soggetto di entrambi i verbi. È. È stato. E ciò che è stato assume i contorni luminosi di una mano tesa a tirare, di un braccio che sostiene, di un dito che invita, intrigante, di un polso saldo che afferra il timone e non lo molla. Senza il Signore mi sarei perso. Egli è stato il balsamo sulle ferite che mi sono procurato e su quelle che ho subito. Egli è stato misericordia sovrabbondante sopra le mie macerie. Egli è gioia profonda, grande, sorgiva. Della città di Dio che abita nel mio cuore, cristo è stato, ed è, guardiano, custode, fedele, sentinella attenta. E mi ha salvato. E mia ha fatto intravedere che la mia vita si può spendere per lui, perché oltre c’è un Regno che attende che io metta la mia pietra, pianti il mio albero. Un Regno di cui io sarò parte perché così ha voluto e così continua a volere Chi mi ha creato.
“Mia forza e mio canto è il Signore”. L’utile ed il bello. Il dovere ed il piacere. La vitalità ed il riposo. Il silenzio e la voce. Il Signore è tutto. Vive in tutto ciò che costruiamo, in tutto ciò che con fatica progettiamo, attuiamo, cerchiamo di mettere a servizio di altri.
Forza. La sorgente di ogni energia è Gesù. Non solo Egli è il Maestro che ci insegna a vivere. Nel dono dello Spirito è contenuta anche la forza per seguirlo. Non solo ci invia, ma ci abilita. E non solo ci abilita ma ci sostiene. Ci cresce. Ci irrobustisce.
Canto. Ma Egli vive anche in tutto ciò che è bello, luminoso, gioioso e… sì, inutile! A che cosa servono i fiori? Un botanico potrebbe dirmi: il loro colore acceso attira gli insetti perché si inneschi il ciclo della catena alimentare. Questo è ovviamente vero. Ma mi chiedo il significato profondo della bellezza della natura. Non c’erano forse altri metodi per essere efficaci, per le piante, rispetto allo splendore dei fiori? Certo, sto facendo un discorso assurdo: ogni specie ha, per così dire, trovato la sua strada. E va bene. Ma resta il fatto che questa strada passa attraverso una bellezza strepitosa. Bellezza di cui mi voglio far voce con la vita, nel coro della Chiesa, nel canto di lode a Cristo, Signore della vita.
Il Signore è mia forza e mio canto. Il Signore è stato la mia salvezza. Il Signore sarà ancora mia forza, mio canto, mia salvezza. Per sempre. Qualunque sia la strada che percorrerò. Amen (ci credo, lo voglio, eccomi!)
Accolito.
Un lettore che diventa accolito dovrebbe riflettere su alcune cose in particolare. Ma io non riesco a non guardare la mia vita in modo generale.
Parola annunciata. Pane spezzato.
Due centri. Due fuochi per la mia vita che, come ellisse, vi ruota attorno, coraggiosa e titubante insieme. E questo dà origine alle stagioni. Come si sa la Terra non ha un moto circolare intorno al sole, bensì ellittico. E questo permette l’alternarsi delle stagioni. Per la mia vita ci saranno momenti in cui più grande sarà l’attaccamento alla Scrittura, magari diventando un po’ scettico riguardo al resto. Altri momenti in cui purtroppo l’inerzia o l’abitudine mi renderanno arida la Bibbia e allora mi aggrapperò ai sacramenti, che, per fortuna, mi riallacceranno al Vangelo e a ciò che da lì nasce come annuncio di salvezza per me e per tutti.
Fare della mia vita un ministero della parola ed una condivisione del pane spezzato è cosa addirittura banale. È concentrarsi cioè su cosa di umano c’è in ognuno. Parlare. Mangiare. Comunicare e comunicarsi. Solo che il Signore non mi chiama a comunicare me e a far fare la comunione con me. No. Attraverso la mia parola e la mia capacità di condivisione è Lui che vuole ristabilire, ancora, la sua Alleanza con tutti. E io, come il foglio su cui è scritto il contratto di alleanza, a valere pochi spiccioli. E Lui, come quelle parole di fuoco, a valere tutto ciò per cui merita vivere. Io ti amo. Io amo ogni donna e ogni uomo. E se ho delle preferenze sono per gli ultimi, i malati, i bambini, i perseguitati e i poveri. È questo che dice il Signore. E io, dubbioso filo conduttore, speranzoso altoparlante di Lui. A ripetere le Sue Parole, a ripetere i Suoi gesti. Ad accompagnarlo sulla strada che attraversa le nostre strade, che passa tra le nostre case, tra la gente, risanando e guarendo, alleviando le sofferenze, mitigando i rancori.
Senza questo amore che Lui riversa su ognuno, neanche io sarei capace di amare. Se qualcuno non mi avesse amato per ciò che sono neanche io saprei guardare (e non lo so ancora fare, in effetti) agli altri con occhi limpidi e profondi. Ma, ancora una volta lo ripeto, per fortuna la storia non si fa di “se”, ne di condizionali. La storia di Fabrizio s’è intrecciata con quella di Gesù. Da Lui trae forza. Da Lui trae gioia per cantare. In Lui rimette le sue fatiche e o suoi sbagli, su di lui fa leva per mettere a frutto i suoi talenti.
Il Signore mi sia vicino in tutti i miei passi e Lui, che ha iniziato in me la sua opera, la porti a compimento.
pace e bene
beh... è da un mese quasi che non scrivo niente... ma non è per pigrizia... o per una presunta mancanza di "ispirazione"... chè d'altronde non scrivo mai sotto l'impulso momentaneo di una qualche ispirazione, ma dopo meditazioni profonde...
La ragione di queste lunghe pause è da ricercarsi in un concorso di cause... prima di tutto lo studio. Eh sì, non ci crederete, ma studio come un forsennato (ogni tanto mi costringo a non farlo per assomigliare almeno un po' al pigro babicio che conoscevo). Poi c'è che leggo. (scusate la forma molto parlata del mio scrivere in questa assolata e gelida domenica deserta) leggo moltissime cose che mi piacciono, alcune per studio, altre per passione. E occupano gran parte delle mie preghiere serali i voli attraverso i continenti e i popoli che li abitano. Scorro, con il mio pensiero ai mille volti dell'uomo che emergono dalle pagine dei miei libri. Uomini e donne che lottano, amano, faticano, gioiscono, crescono, piangono, riposano, piantano alberi, parlano, perdono tempo, prendono treni, fanno l'amore. Martedì sera, in seminario proporremo, come tutti gli anni, una Via Crucis un po' particolare ai giovani di Fossano e dintorni (a chi ha voglia di imbacuccarsi bene e venire nel nostro cortile a riflettere un po' al freddo e al gelo). Nell'organizzare la veglia sotto la croce ci siamo divisi le tappe del percorso...(ogni anno cerchiamo di essere originali, non per "tirarcela", ma per essere stimolanti per noi e per chi ci viene a trovare). a me è toccata la presentazione di Gesù davanti al Tribunale. se davanti al Tempio Gesù bambino era presentato e accolto come un dono di Dio... nell'atrio del palazzo di Pilato è presentato come l'uomo. Ecco l'uomo. Ecco la sintesi di ogni umanità... ecco il volto che racchiude in se i volti di tutti gli uomini e le donne. Sofferenza e gioia, desiderio e paura. Che bello!
E poi c'è che scrivo un sacco a mano sul tacquino e non ho il tempo di scrivere sul pc... perchè ho accorciato un po' i tempi di veglia e vado a dormire entro l'una di notte quasi sempre... voi direte... che sfigato! E lo so... ma non c'ho più il fisico! andare a dormire intorno alle due e mezza tutte le sere alla lunga sfibra un poco...
boh... per ora ho abbozzato un qualche tentativo di giustificazione... speriamo che basti.
pace e bene!
ah! dimenticavo! domenica pomeriggio diventerò accolito! che ridere! ultimo passo prima del diaconato... (che ridere o che paura??? boh?)
;)
rinnovo l'abitudine un po' bizzarra della lettera che mando al me futuro. gli auguri di buon compleanno da un anno all'altro. chissà cosa sarò tra un anno, che fine avrò fatto o che inizio mi aspetta, che presente avrò costruito, grazie alla mia storia, e ai miei progetti sul domani. chissà... per intanto celebro il tempo che passa come un dono immenso dell'autore della Vita...
Caro Babicio,
ho appena finito di leggere la lettera di auguri che mi hai mandato. Grazie, sono sempre commosso guardando indietro, a scoprire le cose che mi stavano a cuore e che sono ormai parte di me. Quest’anno scrivo da S. Rocco, dall’ufficio del computer, quello dove vivi un po’ accampato con tutti i tuoi opuscoli, le tue fotocopie, i tuoi ritagli, il breviario, la Bibbia…
Fuori la serata è stellata e molto fredda. Una minuscola falce di luna getta una lucetta fievole sopra le strade della frazione, mentre il vento tagliente fischia tra le falde del tetto della Chiesa. chissà in quale parrocchia sei stato destinato per il servizio. Chissà come hai vissuto il cambiamento. Provo a ricordarti qualcosa di questo periodo meraviglioso e faticoso al medesimo tempo.
Per prima cosa il seminario. Se getto il pensiero a te, che compi ventisette anni, il cuore mi balza in gola. Terminati (mi auguro con tutto il cuore) gli studi ti affacci alla vita e al ministero con generosità e curiosità. Consapevole di quello che sei… Non è il caso di ricordarti quali sono le tue ferite, ne porti le cicatrici nella carne e ne conosci le fitte. Ma anche sinceramente deciso a non lasciar cadere il tuo braccio, la tua mano, il tuo dito puntato su Gesù che passa nella vita delle persone. E il seminario, lo sai, ti ha rivoltato come un calzino. Hai scoperto l’essenziale. Hai creduto che senza le sovrastrutture (oratorio, gruppi, gite, feste…) non potesse esser degno d’essere vissuto il ministero. Hai scoperto che ti sbagliavi. E allora, ma è scoperta dell’ultimo periodo per me che scrivo, hai rimesso tutte le tue azioni nell’obbedienza a Gesù. Quello che fai, lo fai per Lui. Quello che non fai, non lo fai perché è Lui che te lo chiede. E quanta serenità hai trovato in questa consapevolezza.
Ma in seminario non hai trovato solo questo. Hai costruito amicizie che dureranno. Alcuni dei tuoi compagni diventeranno confratelli. Altri hanno deciso con maggiore o minore serenità di percorrere altre strade. Eppure non è questo (quello che ora facciamo) che senti come importante. È sapere che ci sono, vicini o lontani, amici veri. Con i quali scambiare due parole è condividere la vita. Nell’ultimo anno hai conosciuto Marco Talùn, e Carlos Martin… è ritornato Savio in seminario, mentre sono usciti, per prendere un’altra strada Ives e Michelangelo. Ma poi hai approfondito l’amicizia con tutti. Specialmente hai scoperto un confidente prezioso, se sai come prenderlo, in Blenjo. Ma non te li elenco tutti, perché non serve: sono lì con te. Chissà se mantieni fede alla tua promessa di essere sempre attento alla realtà del seminario, e ai seminaristi in particolare.
In parrocchia, ti ricordi, la fatica è palpabile. Col parroco c’è accordo, stima. Chissà dove ti trovi adesso se è una situazione analoga… Con gli animatori hai costruito, mi sembra, un rapporto basato sull’onestà: questo sei tu, così la pensi, non ci sono parole non dette. Quanto sono stati belli questi anni qui a S. Rocco. Se chiudi gli occhi un momento e ripensi ai campeggi estivi, alla fresca aria notturna di S. Anna, ai pomeriggi in oratorio, al chiasso della palestra, al carnevale e alla tua ridicola idea dell’orecchio di cartapesta. Ah! Che cosa senti in cuore mentre ci pensi? Io sento una nostalgia tremenda, pur essendoci ancora dentro e desiderando pienamente vivere questi ultimi mesi come una Grazia del Signore.
Un esperienza dell’ultimo anno te la voglio rammentare, perché tu ti ricordi la storia delle tue amicizie e continui ad amarle sempre di più. Nell’ultima estate, come di consueto, sei stato a lavorare da Gigi. Ormai grande hai preso a girare la sera, a rincontrare persone che conoscevi di vista. E ti sei trovato a intessere legami d’amicizia belli, sani, slegati dal ruolo che rivesti in molte altre occasioni. Non sto dicendo che le amicizie che hai costruito grazie al ruolo (per intenderci le relazioni che vengono dal tuo essere seminarista in una parrocchia.) non siano serie. Penso proprio di poter dire che alcune delle amicizie più belle sono nate grazie al mio essere al servizio in una comunità piuttosto che l’altra. Ma è anche vero che là dove non sei altri che te stesso dai il massimo. E dire che in parrocchia non ti chiedono elle cose serie, mentre gli amici un po’ più “barbetti”, un po’ più distanti dall’altare (diciamo così), ti provocano sovente. Una provocazione piena di rispetto (come non ne consci da parte di certi bigotti….) e voglia di capirci di più… che bello. Ti auguro di non perdere mai la spontaneità che hai con loro, tra i tuoi monti che tanto ami, come nella parrocchia in cui ti mandano.
Dello studio ora ti preoccupi in modo relativo, finalmente. E chissà con quale animo disteso accogli queste frasi. In questo momento, io che scrivo, sono molto preoccupato per la scuola che da molti strumenti, che arricchisce, ma anche che succhia le energie e fagocita la forza. Boh? Chissà come andrà. Mi piacerebbe essere lì, già nel dopo-scuola, invece sono qui a scrivere e a sognare quando potrò dedicarmi alla storia, alle favole, alla narrativa.
E sì, perché anche se avessi mille impegni, non smetto di leggere. Più il libro è spesso, e più ci trovo gusto. Di notte, fino a consumare gli occhi, fino a quando non cade dalle mani e allora capisco che devo chiuderlo, fedele compagno delle ultime ore di veglia è un libro. Narrativa, saggi storici (ti rendevano in giro, lo sai, per questo?), meditazioni, romanzi… pagine e pagine e pagine che rivestono le tue giornate di parole, di inchiostro che si mescola ai profumi e ai colori, ai suoni e alle visioni di una vita piena e sensata. Continua a leggere! Non smettere. Leggi e rileggi, scrivi e ripassa, rielabora e poi porta con te ogni pagina, trasformala in sogni in disegni per il domani, perché nella fantasia nascono i desideri che ti spingono a costruire il tuo futuro. Affonda le radici nella storia che tanto ti appassiona. La tua, quella della tua famiglia, quella della comunità a cui sei mandato, quella delle persone che hai accanto e che servi amandole. Leggi e scruta sul volto degli altri cosa li rende felice e unisciti alla loro preghiera a Dio perché Egli compia in ciascuno la sua promessa.
La preghiera, appunto. Tutte le cose, lo senti ancora spero, sono legate da questo sottile filo rosso. Stare davanti a Gesù e dialogare con lui, cuore nel cuore. Chissà se hai trovato un analogo a questa esperienza. Te la ricordo. Sai quando, dopo una celebrazione in chiesa alla sera ti toccava chiudere il pesante chiavistello del portone. E a quel punto eri solo dentro. E ti ricordi che iniziavi a parlare a voce alta, a correre, a saltare nel ringraziamento per una giornata lunga ma bellissima? Ti ricordi la sensazione che gli angioletti della statua della madonna stessero ridendo di te, contento al punto di cantare alla polvere la tua gioia di essere Figlio di Dio. Ma Dio ti ama, e non ride di te. Le ore notturne passate in chiesa, in seminario, sdraiato… i mal di schiena presi dopo essersi addormentato al freddo, appoggiati alla vetrata, la vista annebbiata nel leggere nella luce scarsa una qualche riflessione, le montagne di pagine e paginette scritte da forsennato su taccuini, quaderni, agende… Cosa mi manca? Curiosamente questa domanda mette in luce quanto sia in realtà la strada da percorrere e quanto ancora mi manchi. L’impressione è che ci sia tutto davanti, molto poco dietro. E allora rimboccati le maniche e parti!
Manca poco alla mezzanotte e gli occhi bruciano davanti a questo schermo. E mi rendo conto che non ho scritto quasi niente di compiuto e sensato. Ti chiedo scusa. E ti rimando ai tuoi ricordi. Ma lo scopo di questa lettera è come al solito di farti gli auguri. E allora ti auguro di spiccare il volo. Di immergerti con tutte le tue forze nella fiducia che devi a Cristo e nella certezza che Lui ti ama e fa fiorire ogni altro amore che hai coltivato. Dai! Coraggio!
Ciao Fabri. Ti voglio bene, anche se sono un pasticcione e ti complico la vita, ti voglio bene davvero! Auguri!
Babicio
La ruota del mulino gira pian pianino
La ruota della bicicletta gira molto in fretta
Fino a questo periodo avevo pensato che la mia ruota fosse quella che andava piano. Quella del mulino. Pensavo che la mia professoressa del liceo avesse sbagliato vaticinio. Lo aveva detto per me e la mia ragazza d’allora, Francesca. Lei era calma, riflessiva, sensibile, molto studiosa, profonda. Io espansivo, allegro al limite con l’isteria, esuberante, energico, sognatore… Poi le nostre scelte ci hanno vicendevolmente smentiti. Lei è partita per gli studi a Pisa, ma di lì ha allargato gli orizzonti in Germania, Francia, Cina… Io sono rimasto entro i confini non dico della provincia, ma della mia diocesi. Le mie radici affondate saldamente alla terra dove sono cresciuto fanno da contraltare alle sue, conficcate ne sogni e nei cuori del mondo.
Ma non era di lei che volevo parlare (anche se, inevitabilmente, parlare di un amore passato o presente è parlare di sé) anche perché ne ho perse le tracce ormai da troppo tempo. Ciò che volevo dire è che in questi anni mi sono convinto di essere più fermo, più quieto… Non intendo il carattere, no! sono effervescente da sempre e passionale e iracondo e verboso. Ma molte volte penso alla mia vita e vi traccio dei confini geografici e d’azione un po’… vicini. Sono e sarò occupato della piccola realtà che scelgo di servire, provinciale nei mezzi e nei modi, campanilista e ortodosso, al di là di tutto. Ecco da dove mi viene la supposizione d’essere quella ruota del mulino di villanica memoria.
Solo che.
Solo che sono consapevole dei moltissimi moti che ho nella testa e nel cuore. Luci e ombre, suoni e silenzi, sogni e paure, domande e risposte. Ogni giorno posso contare a decine i dejavu( si scrive così?), corto circuiti delle menti troppo affaccendate. Per un nonnulla mi preoccupo, per le cose importanti vado in paranoia. Eppure mi appassiono. Leggo, studio, scrivo, incontro, viaggio, parlo, ascolto, rido, medito, prego, mangio, dormo…
E non vivo una vita sola (lo direi così)… non è possibile far stare tutto quello che faccio in una vita sola. Mi appassiono alla mia vita, a quella degli altri. Gli amici che non devo al mio ruolo, i collaboratori, i fratelli, la famiglia, gli amici che grazie al ruolo ho conosciuto, il futuro, la notte, il deserto. Mille mondi mi stanno attorno… Io commosso ringrazio e borbotto. Non me lo merito.
Immaginate le vie di un centro storico di una qualche città d'arte delle nostre all'ora di pranzo. Quelle viuzze strette, affollate di locali dove si da da mangiare a poco prezzo. Tutti in concorrenza tra loro. I tavolini assiepati, l'uno vicino all'altro, sono coperti di tovaglie colorate e il vociare delle persone, unito al rumore delle posate sui piatti, crea una vivace confusione di suoni e colori. Ma, se riuscite ad immaginarlo, quel che più colpisce è l'odore. Gli odori più disparati, tutti insieme. Il dolce profumo di torta che esce da quella pasticceria. Il buon aroma di caffè che proviene da quel bar. La vaniglia e la cannella di una confetteria, uniti al profumo invitante di pane, carni arrostite, pesce, frutta, fritto, cioccolato, spezie... E poi, l'odore della gente. Dal profumo più ricercato all'ascella nauseante. E ancora, l'odore di pipa, di sigaro, di tabacco. Ognuno di questi profumi, da solo, ha senso. Insieme, mischiati in una cacofonia indistinta diventano puzza. Confusione e miscuglio non danno volto, non danno l'idea di qualcosa di preciso. E si storce il naso.
Quando è che qualcosa ha Gusto? Quando questo gusto è chiaro. Nessuno osa paragonare tra loro il gusto di un vino eccellente al gusto di un ottimo formaggio, o la delizia di un marron glacee al ripieno squisito dei tortellini della nonna. Tra loro non si possono paragonare perché ognuno è unico, diverso, preciso... appunto: gustoso.
E noi? Che gusto abbiamo? Che profumo scegliamo di avere? Si dice spesso che il migliore profumo di una donna sia quello della sua pelle pulita. È vero! Ognuno ha il suo gusto, ed è il gusto più buono… ed è dentro di sé. Ed è chiamato a tirarlo fuori! A farlo sentire!
Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. (Lc 9, 57-62)
Questo vangelo sembra difficile, e in prima battuta lo è davvero. Un uomo vuole seguire Gesù, ma ha da seppellire suo padre. Un uomo che ha dunque delle ottime regioni per ritardare il resto, fosse anche se stesso e la sua vocazione. Ma Gesù sembra duro. “Lascia che…” Non gli sembra di esagerare? Ma a ben guardare forse la rinuncia a questi legami non è pazzia. È scelta. Il gusto di quell’uomo era diviso tra due profumi veri, seri, significativi: la famiglia e la propria vocazione. Gesù lo invita ad avere un gusto distinguibile. Ad avere il coraggio di una scelta chiara. C’è un avviso nella voce di Gesù. Se non guardi con decisione la strada che stai scegliendo il solco che farai con l’aratro sarà storto.
È durissima scegliere. Ma c’è un trucco. Non si sceglie per una prigione. Non si sceglie la gabbia con stoica rassegnazione. Si sceglie una spezia pregiata che darà sapore a tutte le altre pietanze che la vita mi riserva. E io scelgo Gesù. Per ora significa rinunciare a qualcosa, piccola o grande. Ma so, me lo ha promesso lo stesso Gesù, che riceverò il centuplo. E allora? E allora si parte. Essere grandi significa aver fatto delle scelte. È trovare un gusto fondamentale su cui costruire le ricette di tutti i giorni. Con costanza, gratitudine, fatica magari, ma con fiducia sempre.
Occorre coraggio per dare un gusto e non mille alla propria vita. E allora… Coraggio!
La chiamata dei primi discepoli, secondo Giovanni, è la cronaca di una curiosità. Santa curiosità, verrebbe da dire. Eh, sì, perché tutto nasce dalla strana espressione del maestro (Giovanni il Battista) che fissa lo sguardo su un uomo tra la folla. Uno sguardo come quello non è indifferente, anzi! Quante volte guardiamo le cose senza vederle. Osserviamo, senza attenzione, chi passa fuori dalla nostra finestra, ma non ci accorgiamo veramente di cosa accade. Della portata delle cose che capitano al di là del vetro. E invece lo sguardo del Battista è uno di quelli sguardi che penetra in profondità. Che scruta. Fissa. Riconosce.
E poi le parole. Ecco l’agnello di Dio. Oggi sono parole che sentiamo nella liturgia quando il sacerdote eleva l’ostia consacrata e noi mormoriamo qualche parola imparata non sappiamo quando non sappiamo da chi non sappiamo bene… (ah già, ecco dove le ho già sentito… quindi l’agnello di Dio è Gesù, quindi… lo so già)… Ma è così ovvio che questo passaggio noi “lo sappiamo già?” con troppa abitudine accogliamo quelle parole. Non è la stessa abitudine che ha animato i discepoli quel pomeriggio a Betania, al di là del Giordano. Per i discepoli fu un’esperienza strana. Curiosa. Per questo, dunque, si voltano per capire. Per vedere la fonte di quello sguardo. (ci immaginiamo un dito puntato). Che sarà mai? Che avrà di speciale quest’uomo, tra gli altri? Chi è?
La nostra curiosità si basa sullo stesso processo. Dentro abbiamo desideri, sogli, attese, promesse. Attendiamo che da un momento all’altro tutto questo si compia per noi. E allora cerchiamo. Scrutiamo il volto degli altri per distinguere il riconoscimento di qualcosa di straordinario nella normale e quotidiana trama della vita. E ci mettiamo in cammino.
Così va la vita. Mossi da curiosità ci spingiamo avanti. Mossi dai sogni iniziamo a camminare. Mossi dalla fame ci scopriamo desiderosi di scoprire noi stessi, gli altri, il mondo, Dio.
pace e bene